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River Plate, arriva finalmente il titolo più atteso

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Circa alle 3 della scorsa notte, quando il triplice fischio dell’arbitro ha posto fine alla partita tra River Plate e Racing Club, un sospiro di sollievo lungo 7 anni si è alzato dalle tribune del Monumental, da tutta Nuñez e dalla casa di ogni tifoso Millonario in giro per il mondo.

È finita una maledizione, quella del campionato locale, che durava dal 2014, anno di vittoria dell’ultimo titolo: quella squadra, di cui facevano parte Cavenaghi, Pezzella, Mercado, Kranevitter, Teo Gutiérrez, riuscì a riscattare così (quantomeno parzialmente) l’onta della retrocessione di soli 3 anni prima; sulla panchina l’idolo di casa Ramón Díaz.

Da quel 5-0 al Quilmes al 4-0 al Racing sono passati 2748 giorni, nei quali il mondo-River ha potuto assistere alla nascita e al massimo splendore del ciclo più importante della sua storia recente: solo 6 mesi dopo il campionato 2014, infatti, Marcelo Gallardo si sedeva sulla panchina della Banda. Con lui al comando, sono arrivati 13 titoli, tra cui 2 memorabili Libertadores.

Il River ha vinto questo campionato all’insegna di un motto molto popolare nel fútbol argentino: la Triple G, ovvero “Ganar, Gustar, Golear” (Vincere, Divertirsi, Segnare). Il 4-0 inflitto a La Academia in un match mai in discussione è solo l’ultima vittoria senza appello di una striscia di 17 risultati utili consecutivi con cui la Banda ha messo il proprio timbro sul torneo, annichilendo la concorrenza del fuggitivo Talleres.

E se, negli scorsi anni, uno spettro di malasorte era parso impedire ai biancorossi di potersi fregiare dell’alloro nazionale, quest’anno le premature eliminazioni in Copa Libertadores (quarti di finale, vs Atlético Mineiro) e Copa Argentina (ottavi di finale, vs Boca Juniors) hanno obbligato il club a dare il tutto e per tutto in questa competizione, superando anche momenti critici come infortuni di veterani (capitan Pinola ed Enzo Pérez su tutti), 2 focolai di Covid e una pausa nazionali che ha sottratto quasi tutti i titolari.

I volti di questo successo sono molteplici: dall’ormai ambitissimo Julián Álvarez, capocannoniere del campionato, ad Agustín Palavecino, troppo presto bollato come acquisto sbagliato ed ora miglior assistman del torneo, al pibe Felipe Peña Biafore, buttato nella mischia a causa degli infortuni e finito per diventare perno della difesa riverplatense, chiudendo con Enzo Fernández e Braian Romero, arrivati nel mercato di riparazione dal Defensa y Justicia come una vera manna dal cielo.

Certo, a scavare un po’ di più, ci si rende conto che il principale fattore decisivo è sempre uno: Marcelo Gallardo. Ancora una volta, il Muñeco ha saputo far fronte alla cessione dei suoi pezzi migliori (Nacho Fernández e Borré), unita all’inattesa inadeguatezza dei nuovi acquisti (Paradela, Fontana, Vigo, il rientrante Maidana). Inizialmente ha faticato, poi, trascinato dal giusto mix di giovani talentuosi ed esperti con voglia di mettersi ancora in discussione, ha costruito un rullo compressore che è andato a prendersi un trofeo assente da troppi anni.

Chiuso quindi, idealmente, un cerchio, ci si chiede che cosa succederà: se trattenere Álvarez sembra quasi impossibile, vista quantità e caratura delle pretendenti, è sicuro l’addio di Leo Ponzio, al River dal 2012 e capitano nelle notti più entusiasmanti degli ultimi 7 anni. E Gallardo? Nell’immediato postpartita si è riservato la possibilità di riflettere: “Voglio prendermi del tempo per pensarci, credo di meritarmelo”. Si parla di un’offerta milionaria della federazione uruguaiana per farne il successore di Tabárez sulla panchina della Celeste.

Certo è che, da stanotte, la bacheca del River Plate ha un posto libero in meno.

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