Prima Pirlo uomo, poi Pirlo allenatore

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Da brava casalinga di Voghera, pochi giorni fa mi sono ritrovata davanti alla tv a godere degli ultimi squarci d’estate guardando Reazione a catena ed è lì che ho avuto un’epifania. Per chi ne disconoscesse la dinamica, e me ne dispiaccio di cuore, uno degli ultimi giochini, che poi è quello che decreta i campioni di puntata, consiste in un palleggio di parole durante il quale due concorrenti, non potendo pronunciare più di un singolo termine a testa, si scervellano per far indovinare al terzo compagno una determinata parola. Così, mentre stavo seduta sul divano, ai miei eroi, guarda caso poi pure campioni, è bastato sincronizzare le sinapsi e costruire insieme la frase “non-l’ha-fatta-Pirlo” per avere in risposta il vocabolo corretto, ossia gavetta, e compiacersi del proprio operato. Voglio dire, quante tonnellate di fiducia ci vogliono per fare una cosa del genere e, di contro, quanto deve essere gratificante comprendersi ed essere sulla stessa lunghezza d’onda nonostante la vaghezza e il tono criptico. Ho pensato che avesse utilizzato lo stesso approccio anche Agnelli quando decise di affidare la panchina a uno senza curriculum e ho pensato pure che sbagliassimo noi a guardare ossessivamente le referenze quando invece qui la questione era un’altra, ovvero che nessuno fortunatamente doveva prendersi la briga di spiegare qualcosa a Pirlo.

Dici Juve e lui già sa, e ti sei risparmiato metà del lavoro.

Se esiste ancora qualcuno fermamente convinto nella potenza del libero arbitrio e nelle benevolenza della vita, non solo gli consiglierei di correre a studiare Woody Allen, ma gli farei anche educatamente notare che l’anno in cui ci è toccato il debuttante, su cui possiamo solo speculare e nulla di più, è coinciso con la totale assenza di punti di riferimento in termini di giocatori a disposizione, amichevoli da disputare e dirigenti di cui fidarci, a eccezione di un’unica partita, messa lì a una settimana dell’inizio del campionato come a dire “si sconsiglia la visione ai cuori deboli”.

Per carità, non vogliamo di certo diventare come quelli che prendono sul serio le amichevoli e si gasano per un 10 a 0 rifilato al Brianza Cernusco Merate, con tutto il rispetto per il Brianza Cernusco Merate, ho tanti amici che giocano nel Brianza Cernusco Merate, ma oggi è tutto quello che ci rimane di questa Juve che non si sa ancora bene cosa sarà e fortunatamente la speculazione durerà solo pochi giorni.

I tattici, analisti o simil tali prenderanno i giocatori, i tifosi conserveranno i gol, io, invece, mi tengo Pirlo in tuta e cappellino con lo stoica e gentile presunzione che lo contraddistingue. Guardandolo penso che ogni nave che affonda dovrebbe avere un musicista che suona splendidamente il violino, il che non vuole dire che stiamo affondando o stiamo andando a fuoco, ma solo che ogni progetto che in fondo è una scommessa ha bisogno di professionista che è talmente sicuro di sé da convincere con la sua sola presenza. L’autostima, o percezione di sé, che dir si voglia, anche in questo caso fa metà del lavoro. D’altronde, alla Juve, gli allenatori che ce l’hanno fatta, e per fatta intendo allenatori a cui è stato concesso tutto, sono stati quelli con un ego spropositato.

Mi ricordo ancora di quando analizzavamo al microscopio le parole di Sarri spiegando con orgoglio cosa dovesse o non dovesse dire l’allenatote della Juve o come si dovesse comportare, e mi ricordo ancora di quando urlavamo di come l’abito non facesse il monaco, per poi capire che una frase così stupida, o meglio cosi semplicistica, la si può dire solo se non si è mai usciti di casa. In sostanza, da Sarri pretendevamo parole d’amore, conoscendo già il professionista, da Pirlo, prove concrete del suo lavoro da allenatore, amando già l’uomo. D’altra parte pure la Juve provò a focalizzare l’attenzione sulle abilità professionali, per poi ricredersi un anno dopo e preferire addirittura un principiante, a patto che avesse un impatto umano non indifferente.

Non capendone nulla di calcio giocato e subordinando sempre, per interesse e personale, il lato umano a quello prettamente calcistico, mi tengo quel Pirlo che sembra stare su una panchina da una vita, quell’aria serafica di chi non crede di dover dimostrare nulla, o meglio, di chu crede che riuscirà a dimostrare quel che vuole, quella supponenza silenziosa e quella sguardo impassibile di chi sembra aver tutto sotto controllo, anche perché al momento è tutto quello che si è ha disposizione. E intanto penso che forse Agnelli voleva proprio questo, uno a cui non dover spiegare nulla, il compagno perfetto di Reazione a catena, insomma.