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·27 marzo 2020

Il Tottenham ai tempi di Harry Redknapp

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di Simone Dell’Uomo

Nonostante la sua grande tradizione d’attaccanti e artisti offensivi, da Les Ferdinand a Jurgen Klinsmann, passando per Darren Anderton e David Ginola, senza trascurare naturalmente Teddy Sheringham, furono più ombre che luci quelle a caratterizzare la seconda metà degli anni 90 del Tottenham Hotspur. Il fondo Enic che oggi vede a capo Daniel Levy acquistò il pacchetto di maggioranza del club in un periodo delicatissimo. Ormai l’abitudine era restare un middle-table team, un club da metà classifica. Campionati incolori, ma sempre tanti abbonati appassionati per ammirare le gesta dei batteristi offensivi che da sempre nutrono e onorano il Tottenham Way. Fino al 2004, la svolta, l’arrivo di Martin Jol, il cui Tottenham di Keane e Berbatov torna a dimensioni europee, con buone annate di Coppa Uefa e una Champions sfiorata per quel Lasagna Day che vide gli Spurs superati al quarto posto proprio dall’Arsenal in occasione dell’ultima giornata di Premier 05/06. Finì nel 2007/08 l’era Jol, manager dal grande cuore, il people manager, amatissimo dalla piazza e mai dimenticato. Poi arrivò lo scienziato “sexy”, il nome del momento, il pagatissimo Juande Ramos che consegnò sì l’ultimo trofeo tuttora in bacheca quale Coppa di Lega, ma soprattutto una serie di disastri che, con una rosa distrutta dalle cessioni e un mucchio di giovani da assemblare tutt’altro che in grado di sopportare la pressione delle aspettative, relegarono il club in fondo alla Premier 08/09. Solo 2 punti ottenuti nelle prime 8 giornate, l’ultima delle quali la cocente sconfitta di Portsmouth, dove i vecchi ex Jermain Defoe, Younes Kaboul accompagnati dai colleghi Peter Crouch e Niko Kranjcar comandati da Mister Redknapp dilagavano tra le macerie degli Spurs. Tempo qualche giorno e cambio di rotta: esonerato Ramos, arriva proprio Harry Redknapp. L’ultima grande chiamata della sua carriera e 5 milioni di sterline versati ai Pompeys per liberarlo. 25 ottobre 2008, l’inizio di una nuova era in casa Tottenham Hotspur. L’inizio di un nuovo ciclo difficilmente dimenticabile.


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LA FILOSOFIA DEL CLUB Il Tottenham di Redknapp avrebbe lavorato e ragionato in maniera completamente diversa, sia rispetto al suo passato che per quello che sarebbe stato il futuro Pochettino. Spieghiamo perchè. Patron Levy evidentemente aveva appreso grosse lezioni: mai più spendere per vendere maglie, mai più cifre all’epoca folli per attaccanti da copertine, ma mercato oculato e spese ragionate per giocatori già fatti, esperti, da riportare al top rivalorizzandone le proprie qualità. Anche e soprattutto giocatori fatti, 28/29enni, vedete come fosse diversa la matrice dal passato ma anche e soprattutto dal futuro, dove con Pochettino la filosofia del club sarebbe divenuta quella di comprare tutta gente giovane, da valorizzare, un gruppo da rifondare e far crescere insieme. Ed è per questo che in tal senso spiccarono i nomi di Van Der Vaart, Adebayor, il ritorno dei vari Keane, Kaboul, Defoe. Tutta gente fatta. Giocatori costruiti, esperti, soltanto da rilanciare. Splenditi colpi a rapporto qualità/prezzo. Ma a differenza dell’era Pochettino, durante l’era Redknapp il Tottenham di Levy era considerato ancora un “selling club”: ogni giocatore ha un suo prezzo, può partire per offerte importanti. E così partirono tutti, prodotti Modric e Bale inclusi, negli anni a venire.

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TREMENDAMENTE HARRY Lo stile di Redknapp era chiaro. Sebbene appartenesse a quella vecchia ma storica classe di allenatori britannici dal gusto tremendamente nordico, il Football per lui non era mai stato questione di calci e calcioni. Il football, per lui, andava onorato. E giocato con classe, stile, eleganza. Matrimonio perfetto col Tottenham Way da sempre richiesto dai fini palati del pubblico di White Hart Lane. Delegava sì sedute tecnico-tattiche ai suoi storici assistenti Kevin Bond e soprattutto Joe Jordan (“Lo squalo”, che molti ricordano oggi più per la rissa con Gattuso che per altro), si metteva sì a bordo campo in disparte, sì, ma con quel faccione che ai più poteva sembrare ingenuo, in realtà scrutava, studiava, annusava e soprattutto fiutava aspetti e sfumature prima degli altri. “Astuto come una volpe” lo definì Di Canio, suo ex allievo e fantasista al West Ham. Non sapeva soltanto gestire al meglio rapporti umani, spogliatoio, multipersonalità e pluri-vicissitudini, sapeva insegnare calcio, eccome! Come dimostrano tutti i prodotti usciti dal suo West Ham dei primi 2000: Joe Cole, Rio Ferdinand, Jermain Defoe, Michael Carrick, Frank Lampard. Gente di questo calibro, tanto per intenderci. Era sì manager vecchio stampo, ma insegnante puro, dei tantissimi aspetti elencati. E poi il fatto che vada considerato manager vecchio stampo non è per niente una critica! E non soltanto perchè ha sempre ampiamente dimostrato di saper lavorare coi giovani come spiegato, ma anche perchè sapeva fiutare, sempre in quanto vecchia volpe, dove c’era da investire, quali fossero i punti forti e deboli della sua squadra, dove c’era da investire e dove da migliorare. E sapeva affidarsi ai grandi uomini, alle personalità. Ai giocatori fatti. Per creare un mix giusto tra gente d’esperienza in grado di costruire uno spogliatoio e quei giovani a cui proprio i leader dovevano la trasferire la sua filosofia, il suo credo calcistico, il Tottenham Way. Insomma, un cocktail romanticamente perfetto. Perfetto come il matrimonio, quello tra Harry e gli Spurs.

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MOSSA GIUSTA Ritorniamo ai suoi inizi. A quel 25 ottobre 2008. Al suo avvento. Alla situazione disastrosa che con coraggio ereditò da Juande Ramos. Sarebbe follia se pensassimo oggi ad un Tottenham ultimissimo, forse spacciato, a 6 punti dalla penultima. L’effetto Redknapp però si vide eccome dalle prime giornate: seppe toccare le corde giuste, seppe rimotivare tanti elementi che stavano deludendo, chiaro 442 semplice ma dinamico e subito primi risultati. Il 2-0 sul Bolton, il clamoroso 4-4 all’Emirates con una rimonta tutta mozzafiato nelle ultime battute quando ormai ogni speranza sembrava tramontata, il 2-1 soli tre giorni più tardi sotto la freddissima acquazzone di un White Hart Lane bollente, mi si perdoni l’ossimoro. Vittoria ancor più romantica se si pensa alla zampata decisiva di Roman Pavlyuchenko nel finale. Poi la vittoria dell’Etihad su un City in difficoltà, tutta firmata Darren Bent, doppietta decisiva e poderosa e altro elemento valorizzato. In sole 2 settimane Harry era già uscito dalla zona retrocessione. Così a vele spiegate fino a metà classifica, con i vari Lennon e Modric che iniziavano a esprimersi alla grande e la squadra dimostrava già un’armonia e una sicurezza non indifferente. C’è tempo per costruire il futuro, un futuro che passa dal mercato di gennaio, un futuro tutto particolare perchè costruito sul passato, sui ritorni di Keane, Defoe, Kaboul, persino Chimbonda. Blocco e cuore Tottenham, Harry ripartì da lì. Dall’esperienza. Dai colpi a basso costo, si guardi proprio capitan “Keano”, che deprezzato costituì un’occasione da non lasciarsi scappare, dopo i deludenti 6 mesi di Liverpool. “Il 99% della gente lo rivoleva indietro”, disse Redknapp, ma a differenza di Jermain Defoe quello di Robbie fu un ritorno a più ombre che luci, soprattutto negli anni a venire. La squadra l’anno 2008/2009 con un dignitoso ottavo posto, esprimendo già discreto football, togliendosi qualche soddisfazione come vittorie nei derby con Chelsea e West Ham, ma non abbastanza per centrare l’Europa League, habitat naturale degli Spurs di Martin Jol. Qualche punto perso di troppo e Fulham che conquista la settima posizione, traguardo ragguardevole per i Whites di Hodgson che l’anno dopo cavalcarono fino alla finale d’Amburgo, un sogno spezzato soltanto ai supplementari dal rognosissimo Atletico di Aguero e Forlan.

CAPOLAVORO 2009/10 Ma non fu un grosso problema, perchè le ambizioni erano ben altre. Estate 2009: qui si costruisce quel sogno chiamato Champions dopo 48 anni. Settimane libere per preparare al meglio la gara del fine settimana, lasciata partire una testa calda come Darren Bent e arrivati pochi innesti ma miratissimi come i pupilli Crouch, Kranjcar e Bassong. Insomma, Harry si stava disponendo dei suoi storici soldati per combattere la partita più importante della sua carriera, quella di riportare gli Spurs in Champions. E non sarebbe stata cosa facile, non solo perchè il Manchester City iniziava a mostrare mire espansionistiche piuttosto importanti grazie a investimenti straordinari, ma soprattutto perchè rompere l’egemonia delle Top4 di quel decennio (Chelsea, Arsenal, Man United e Liverpool) era operazione complicatissima, chiedete a Villa ed Everton che ne sanno qualcosa. Ma la stagione iniziò nel migliore dei modi: 4 vittorie su 4 ad agosto, 12 punti su 12 e fieno in cascina, battuto subito il Liverpool nello scontro diretto. La squadra mostra andamento, attributi e solidità mentale reagendo alla grande dopo ogni piccolo passo falso, esprimendo tra l’altro calcio gradevolissimo. Lennon è l’uomo in più, Defoe segna come un rapace, Modric inizia a illuminare, prima a sinistra, poi in mezzo. La bontà del lavoro di Redknapp si manifesta in tutti coloro che prima del suo avvento non riuscivano a scrollarsi di dosso pressione e aspettative: nonostante un Jermaine Jenas martoriato da infortuni e problemi fisici infatti, Huddlestone appare completo, Wilson Palacios regala corsa e solidità, in difesa pure King, Dawson e Kaboul vivono la loro stagione migliore. Persino Gomes, tra i pali, regala riflessi straordinari e sorprendentemente poche papare. Tutti rendevano alla grande, eccetto quello definito “gatto nero”, un terzino che soffriva troppi infortuni, tentava giocate azzardate, mostrava inesperienza e discontinuità, Gareth Bale. E fu così che fortuitamente Assou-Ekotto partì a gennaio per la Coppa d’Africa, la squadra sembrava aver iniziato una piccola flessione, Bale salì in cattedra, respinse le critiche e conquistò il posto da titolare. Quando il terzino camerunense tornò alla base, era impossibile togliere Gareth: divenne esterno alto, Luka Modric in mezzo a impostare e nacque a tutti gli effetti il Tottenham di Redknapp. Vittorie pesanti a marzo, su tutte quella di Stoke: tutti partecipano al Walzer, decisivi pure Kranjcar e Pavlyuchenko che quando chiamati in causa dicono sempre la loro a suon di assist e reti, rispettivamente. E nemmeno un’ottima cavalcata in FA Cup spenta a Wembley da Piquionne e dai vecchi Pompeyes riesce a distruggere e annientare quel sogno che ormai attira e conquista tutte le menti del popolo Spurs, quarto posto e Champions. Già, perchè dopo i punti pesanti di marzo arrivano le vittorie prestigiose su Arsenal (gol memorabile al debutto di un certo Danny Rose) e Chelsea, ormai il City dietro arranca e serve solo il colpo di grazia. Che puntualmente arriva: 5 maggio 2010, Etihad, City tanti investimenti e prime donne ma poco squadra, Spurs compatti, errore di Fulop e zuccata sporca ma storica, quella di Peter Crouch, settore ospiti in delirio e Champions League conquistata aritmeticamente nello scontro diretto in uno stadio e in una porta che, negli anni a venire, segneranno e scandiranno pagine radiose, storia nella storia, dell’era Pochettino. Il Tottenham torna in Champions, capolavoro di Harry Redknapp che corona il sogno del popolo di Seven Sisters, High Road e White Hart Lane.

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NOTTI MAGICHE Il 2010/11 si ricorda per il sogno Champions, che portò il Tottenham tra le prime 8 in Europa, alla sua prima apparizione dopo 48 anni. White Hart Lane ribollente e notti fantastiche, gli Spurs spinti dal loro pubblico esprimono gran football e vincono addirittura il girone coi campioni d’Europa dell’Inter. Modric ispira e orchestra, Lennon vola, Bale ghepardo esplode: tripletta a San Siro, poderoso come non mai, un fenomeno dello sport abbatte Lucio, Samuel, Chivu e Zanetti e trascina il Tottenham ad un meritatissimo primo posto. Distrutte Werder e Twente, con un protagonista in più: Rafael Van Der Vaart, colpo da maestro della vecchia volpe Redknapp, preso per 8 milioni di sterline da rilanciare dopo l’esperienza a Madrid. E Rafa non delude, ispira e trascina, fantasista con gli occhi della tigre, uno sguardo che faceva impazzire il vecchio Lane. Tottenham che conquista gli ottavi e nonostante un’urna tutt’altro che favorevole che consegna agli Spurs i campioni d’Italia del Milan di Ibrahimovic accede pure ai quarti battendo i rossoneri 1-0 a San Siro: notte storica, stavolta protagonista Lennon, dribbling e corsa straordinaria e assist al bacio per Crouch che grazie allo 0-0 del ritorno significa quarti. Poi Madrid, Bernabeu, Madrid di Mourinho troppo forte: finisce 4-0, si spegne il sogno, ma con onore. Un sogno anni più avanti ripreso da Pochettino, protagonista ancora di gesta ancor più importanti. Chiaramente lo sforzo europeo costa energie e soprattutto punti, in Premier infatti le cose non vanno esattamente come l’anno prima. Calciatori provenienti dalla stagione perfetta e superiore alle loro qualità, non riescono a confermarsi: si veda Gomes, tornato paperone; si vede Huddlestone, lento e compassato; si veda Pavlyuchenko, troppi gol divorati Tanti errori, tanti buttati. Stavolta troppo forti e determinati gli investimenti del City di Mancini, che con Aguero, Dzeko, Silva, Kolarov e Tourè sembra inarrivabile e chiude addirittura terzo davanti all’Arsenal. Troppi punti persi, soprattutto in primavera. Troppi punti persi in autunno, ma soprattutto troppi punti buttati in primavera con una serie infinita di pareggi contro mediopiccole: il Tottenham chiude al quinto posto, fuori dalla Champions, ma il progetto resta saldo.

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MODRIC E BALE Già, Luka e Gareth. I gioielli di famiglia. Perchè se le premesse necessarie sul modus operandi del Tottenham di Redknapp con la ricerca di calciatori da rilanciare, non va dimenticato quanto Modric e Bale siano stati i vari Eriksen, Son, Alli e Kane dell’era Pochettino. Il Tottenham, come detto, era ancora un selling club, per questo se ne andarono, rispettivamente nel 2012 e nel 2013, ormai era Redknapp bella che finita. Ma fu proprio il navigato esperto e furbo tecnico britannico a lanciarli nel calcio che conta, a lanciarli nell’orbita, o se volete nell’elitè, del calcio europeo. Luka era la luce, il fulcro, il playmaker. Giocatore stellare, determinante. Da lui partiva tutto, ogni manovra. Harry ne era talmente innamorato che nel 2009 iniziò a spedire messaggi a vecchi colleghi, giornalisti, amici e conoscenti per sapere il loro parere: dove andava fatto giocare? E alla fine la storia fece il suo corso: come detto Bale stava iniziando a decollare a sinistra, iniziava a far fuoco e fiamme; quindi c’era da spostare Luka in mezzo, addirittura nei 2 mediani del 442. Ma Luka non tradì e anzi, decollò. Dotato di polpacci forti e potenti che gli permisero di resistere alla selezione naturale di un campionato intenso, fisico, tosto, specialmente a centrocampo, Luka uscì alla grande, prendendo ancora più in mano la squadra, diventando come detto fulcro del gioco. Per non parlare di Bale, che aveva già fatto intravedere cose grosse nella primavera del 2010 componendo con Aaron Lennon una coppia d’esterni ai tempi illegale, mostruosa. Ma dal 10/11 Gareth iniziò a determinare, a far male, a lasciar partire fendenti da ogni dove, a castigare e colpire le difese avversarie sia in ripartenza sia a scatola chiusa. Un ghepardo dal mancino straordinari, strabilianti come le sue capacità balistiche. E’ vero che si trasformò in giocatore totale con Villas Boas (uno dei pochi meriti dell’ex Special Two), ma fu con Redknapp che decollò da autentico bambino spaesato proveniente da Southampton ad una delle migliori realtà del calcio europeo.

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L’ULTIMA STAGIONE L’ultima stagione fu molto particolare. Perchè probabilmente corrispose al punto più alto e più forte del suo Tottenham ma soprattutto all’amarissima fine del suo regno a White Hart Lane. In estate il club resistette alla avances del Chelsea per Modric, Redknapp completò i colpi perfetti per completare quel puzzle altresì perfetto e costruì una formazione titolare straordinaria, una delle più forti per tornare al quarto posto e riconquistarsi la Champions League. Preso Adebayor scaricato dal City e da Mancini, preso Parker in uscita dal West Ham, lanciato quel Kyle Walker, fluidificante che negli anni sarebbe divenuto tra i migliori al mondo, all’epoca promettente esterno basso di difesa proveniente dalle buoni annate di QPR e Villa. E allora un autunno da paura: Lennon, Modric, Parker e Bale a centrocampo, Van Der Vaart a ispirare e Adebayor a riconquistare vecchi fasti e copertine, squadra stroardinaria. Autunno mostruoso, squadra a Capodanno a 5 punti dalla vetta occupata da United e City, quel City ormai pronto a vincere. E proprio all’Etihad stavolta lo scontro diretto annientò i sogni addirittura titolo degli Spurs: finì 3-2, nonostante la gran rimonta targata Defoe e Bale, Balotelli dal dischetto infranse sogni ospiti e spiegò le vele per il grande titolo di Roberto Mancini. A febbraio Capello lasciò la nazionale inglese e naturalmente i vertici della Football Association iniziano a corteggiare l’uomo del momento, Harry. Sembrava una sliding door meravigliosa, finì per costituire la sua fine. Già, perchè il Tottenham passò dal sogno titolo ad una serie di sconfitte consecutive, Arsenal e Chelsea sentivano l’odore del sangue e persino la qualificazione alla Champions che pochi mesi prima sembrava formalità diventò a tutti gli effetti un traguardo difficile. Harry tentennava, sognava l’England, ormai era chiaro. Lui restò ma senza risultati: perse lo spogliatoio, perse punti, perse terreno, perse pure la semifinale di FA Cup col Chelsea che distrusse 5-1 gli Spurs. A quel punto, tradito, l’Inghilterra virò su Hodgson (scelta sbagliatissima come avrebbe dimostrato non solo Brasile 2014 ma pure e soprattutto Euro 2016), gli Spurs conquistarono diverse vittorie nel finale di stagione ma era troppo tardi: l’Arsenal come sempre arrivò davanti, Spurs quarti sì, ma il trionfo del Chelsea a Monaco in finale di Champions cancellò la qualificazione degli Spurs. A quel punto Levy, scottato dagli ultimi mesi più che deludenti con una Champions ormai raggiunta e poi persa sul più bello, non ci pensò due volte: scelse l’uomo del momento, Andre Villas Boas, silurò Harry Redknapp, che lasciò il centro sportivo evidentemente commosso, emozionato.

THE END Da tutto a niente, la vita del caro Harry. Nel suo momento di massimo splendore alla parabola discendente della sua carriera, parabola probabilmente aiutata da una Premier colpevolmente sempre più attratta dallo straniero e da una carta d’identità, la sua, forse troppo anziana per i nuovi canoni moderni. Da quel momento in poi piccole avventure tra Birmingham e QPR, prima di smettere e concedersi a reality (già, perchè un personaggione simpatico e genuino come lui ha fatto pure questo) e tv. Se si pensa al finale del suo ciclo al Tottenham, apice assoluto della sua carriera, resta un pizzico d’amaro in bocca, ma in quasi 4 anni ha scritto e fatto tanto, riportando il Tottenham nell’elitè del calcio britannico e internazionale. Per questo il rapporto con tutto l’ambiente è ancora splendido, come dimostra la sua amicizia con Daniel Levy o la sua presenza in ogni storica manifestazione degli Spurs, come l’addio al vecchio White Hart Lane o la cerimonia d’apertura del nuovo stadio. Il rapporto è e resterà sanissimo. Tifoseria inclusa, che non lo amerà forse come Mauricio Pochettino o Martin Jol, ma gli vorrà sempre bene.

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