Il Belgio deve essere considerato un fallimento? | OneFootball

Il Belgio deve essere considerato un fallimento?

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“Con tutto il rispetto, noi siamo solamente il Belgio”: potrebbe essere la prima immagine, la prima ammissione da parte della nazionale con più aspettative negli ultimi sei anni. Una dichiarazione di Kevin De Bruyne, che alla fine della partita di Nation League disputata e persa a Torino contro l’Italia, riflette sulle differenze tra i campioni d’Europa e la nazionale belga. Un atto di autocritica che arriva in un momento in cui il Belgio si trova a dover fare i conti con l’età dei propri pilastri. Dai 30 anni di Eden Hazard e Kevin De Bruyne, ai 32 di Toby Alderweireld, Alex Witsel e Nacer Chadli, fino ai 34 di Dries Mertens, Jan Vertonghen e ai 35 di Thomas Vermaelen. Una domanda ritorna sempre alle porte di un grande evento come i Mondiali e gli Europei: sarà questo l’anno giusto per il Belgio?

Dire cosa è mancato all’affermazione totale di una squadra a capo del Ranking Fifa dal 2018 a oggi potrebbe sembrare un’assurdità, e in realtà il Belgio è un esempio piuttosto singolare. Definire il contesto in cui la nazionale che dal 2002 al 2012 non è riuscito a conquistare un posto nei grandi eventi internazionali potrebbe risultare anacronistico, ma dà il senso del lavoro fatto prima da Marc Wilmots e poi da Roberto Martinez. Si sono susseguiti sulla panchina del Belgio allenatori come Rene Vandereycken (2002-05), Franky Vercauteren (2009), Dick Advocaat (2009-10) e Georges Leekens (2010-12), mancando la qualificazione ai Mondiali 2006-2010 e ai campionati Europei del 2004-2008-2012, toccando il punto più basso nel 2007 con il 71° posto nel ranking Fifa. A rappresentare quel periodo perfettamente è la figura di Jan Vertonghen, centrale difensivo che ha esordito il 2 giugno 2007: “Per i primi cinque anni della mia carriera in nazionale siamo stati molto poveri tecnicamente e avevamo bisogno di quella fiducia, mai arrivata dal pubblico e dallo staff tecnico. Poi c’era la generazione di cui facevo parte. Tutto è iniziato secondo me con ragazzi come Vincent Kompany e Marouane Fellaini, che si sono trasferiti in Premier League e hanno riportato quella fiducia in Nazionale, e da lì siamo ripartiti”.

Non dovrebbe essere difficile comprendere quanto la Premier League ha impattato sulla nazionale belga: basta prendere l’esempio Everton per capire quanto la nuova mentalità dei Red Devils si sia edificata nelle facility di Liverpool. Il primo è Marouane Fellaini nel 2009 a trasferirsi in Inghilterra dall’Anderlecht, seguito a ruota nel 2012 da Romelu Lukaku, in prestito dal Chelsea, e da Kevin Mirallas. L’arrivo degli ultimi due coincide con il trasferimento di Fellaini al Manchester United, ma soprattutto all’arrivo sulla panchina della seconda squadra di Liverpool di Roberto Martinez. A Manchester nel frattempo Kompany era diventato capitano della squadra e uno tra i centrali difensivi più importanti in Europa, senza dimenticare al Tottenham la coppia Jan Vertonghen e Toby Alderweireld. Nel 2012 arriva dal Lille al Chelsea Eden Hazard, mentre nel 2013 direttamente dal Werder Brema la squadra londinese acquista Kevin De Bruyne. In poco meno di tre anni, una nazione che raccoglie poco meno di 12 milioni di persone, diventa il riferimento calcistico in Europa, un pool di calciatori talentuosi in grado di costruire la tanto rinominata “golden age”.

Il primo assaggio si può osservare già ai Mondiali 2014 in Brasile, dove la squadra guidata dall’ex capitano Marc Wilmots passa indenne ai gironi, registrando tre vittorie contro Algeria, Corea del Sud e Russia. Ma la vera affermazione arriva ai quarti contro gli Stati Uniti, dove i giovani Lukaku e De Bruyne prendono il posto di comando, che non lasceranno più negli anni successivi. Loro i gol della qualificazione per il 2-1, loro la prestazione migliore nella sconfitta contro l’Argentina ai quarti, punita da Gonzalo Higuain. Con ancora più aspettative, la formazione fiamminga si presenta all’Europeo 2016, che mantiene la sua narrazione in tutto il percorso, tranne nella partita d’esordio persa contro l’Italia di Antonio Conte per 2 a 0: tre vittorie contro Svezia, Irlanda e Bulgaria che fanno presagire già le note dell’inno in semifinale. Ma lì arriva il primo segnale di ciò che il Belgio automaticamente mostra in alcuni match: la mancanza di equilibrio e la lettura in alcuni momenti della partita. Infatti, ai quarti di finale contro un Galles in condizioni mentali irripetibili, la squadra di Wilmots si scioglie come neve al sole, perdendo per 3 a 1 contro una squadra notoriamente inferiore sulla carta. A prendersi il carico delle colpe lo stesso allenatore, esonerato e sostituito.

Il cerchio si chiude il 3 agosto 2016, quando arriva sulla panchina del Belgio Roberto Martinez: l’ex tecnico dell’Everton, sollevato dall’incarico lo scorso 12 maggio, diventa il secondo allenatore straniero sulla panchina dei Red Devils. Un arrivo molto discusso dai media, che però si rivelerà un’incredibile scoperta. Basti pensare al percorso di qualificazione ai Mondiali 2018: il Belgio è stata la prima squadra a qualificarsi con 28 punti sui 30 conquistabili e Romelu Lukaku è diventato il cannoniere delle qualificazioni con 11 reti. Il momento sembra quello giusto, quando alla terza partita del girone contro l’Inghilterra, il Belgio cammina sulla nazionale dei Tre Leoni in quanto a gioco, capitalizzando poi l’unica rete con Adnan Januzaj. Ironia della sorte: il calciatore aveva rifiutato proprio la convocazione con l’Inghilterra prima del Mondiale, per poterlo disputare con il Belgio. Anche i più critici sul piano della tenuta mentale e dell’equilibrio di squadra si devono convincere della bontà della rosa dopo l’incredibile vittoria in rimonta da 0 a 2 a 3 a 2 contro il Giappone, in quella che si può definire l’opera migliore di Martinez. Bloccato nella costruzione palla a terra dalla difesa uomo contro uomo di Akira Nishino, indovina il doppio cambio Fellaini-Chadli, che sovrasteranno fisicamente gli avversari, segnando il gol, prima del pareggio, e poi quello della vittoria.

Proprio nel suo momento di splendore è possibile accorgersi dei minimi punti che hanno diviso il Belgio dalla vittoria di un titolo europeo/mondiale. Il 3-4-3 di Martinez, che influenza positivamente la costruzione del gioco sulle fasce, lasciando la libertà di movimento al centro a giocatori come Kevin De Bruyne, diventa una gabbia per molti calciatori. Da Dries Mertens alla stessa coppia Fellaini-Chadli, diventano oggetti misteriosi nella loro gestione, acuita anche dall’assenza di Radja Naingollan, mai entrato nelle grazie dell’allenatore spagnolo. Proprio in quel momento la costruzione, che avrebbe calciatori come Kevin De Bruyne e Witsel come interpreti principali, viene verticalizzata fin troppo sul peso offensivo di Lukaku, che diventa finalizzatore ma anche riferimento offensivo spalle alla porta, togliendo così l’opportunità all’attaccante del Chelsea di giocare in profondità, caratteristica in cui è devastante. La temuta verticalizzazione da parte degli avversari diventa però per loro un’occasione di trovare spazi facili nel cerchio di centrocampo dopo aver superato il primo pressing feroce, ritrovandosi molte volte i tre difensori contro almeno quattro avversari. Ancora più difficile diventa giocare contro avversari con ali molto veloci e offensive, che costringono l’allenatore a tenere solo uno dei due esterni alto e l’altro a chiudere la difesa a 4. I problemi difensivi arrivano soprattutto dalla sinistra difensiva, dove Ferreira Carrasco non sembra il tipo di giocatore da poter coprire tutta la fascia. La dimostrazione arriva contro la formazione più forte e fisicamente rivelante del Mondiale: la Francia.

La sconfitta in semifinale con la Francia, squadra organizzata e in grado piuttosto spesso di arginare il pressing feroce attraverso le verticalizzazioni sulle due mezzali, è un copione già scritto. L’unico gol di Samuel Umtiti potrebbe rendere la narrazione della partita più competitiva di ciò che si è visto in campo, ma questo non vuol dire che il Belgio non potesse vincere nella partita secca. Un altro piccolo pezzo mancato alla formazione di Martinez è stata l’umiltà di giocare a specchio contro avversari, per la prima volta, più forti e non solo tecnicamente. Lo stesso atteggiamento si ripropone contro un’Inghilterra, ma la squadra di Southgate è tutt’altro avversario. Alla fine della competizione Thibaut Courtois viene premiato come miglior portiere del torneo, mentre Romelu Lukaku si prende il terzo posto nella classifica marcatori.

Arrivati all’Europeo itinerante del 2020, tutti si aspettano la consacrazione del Belgio, con alcuni che addirittura parlano dell’ultima spiaggia per la “golden age”: una rappresentazione troppo semplificata per chi ha tra le fila del futuro calciatori come Jeremy Doku, ma anche Charles De Ketelaere e Leandro Dendoncker. Senza contare Youri Tielemans, arrivato finalmente al livello in cui tutti lo prospettavano quando era il bambino prodigio di Anderlecht. E se di ultima occasione vogliamo parlare, potremmo farlo semplicemente del ciclo di Martinez o almeno di un 3-4-3 che non si adatta ormai alle caratteristiche dei suoi calciatori: una squadra totalmente sbilanciata sulle fasce, che comunque aveva subito un solo gol in quattro partite negli Europei 2020, prima di incontrare l’Italia. La definitiva maturazione di Romelu Lukaku, diventato tra i centravanti più importanti al mondo, non limita comunque il racconto di una nazionale che ha appoggiato le sue speranze sulle spalle sue e di Kevin De Bruyne nei tempi di gioco. Una responsabilità e un impegno che si è dimostrato scarso nel collettivo, soprattutto quando il pallone era nei piedi degli avversari. La squadra ha sofferto i lunghi fraseggi offensivi sulla fascia destra e le incursioni palla al piedi di mezzali come Barella e Verratti, concedendo soprattutto sul lato destro della difesa spazio a un Leonardo Spinazzola in stato di grazia fino al momento dell’infortunio.

In definitiva, tutto ciò che ha conquistato in questi anni la nazionale Belga è un lungo lavoro di ridefinizione del proprio sistema tattico, legato a individualità ben precisa. Uno stampo offensivo, anche dovuto alla proprietà di talenti verticali, ma che ha incontrato difficoltà indecifrabili nel difendere contro squadre organizzate difensivamente e con tempi di palleggio e velocità di gioco molto più frazionate. Il cambiamento, nella sua natura, attrae il concetto di riscoperta, e ciò che sembra servire a questo Belgio è proprio nuova linfa tattica, una squadra che può mantenere il palleggio e accelerare in maniera più organizzata, evitando spazi scoperti dal centrocampo all’area di rigore. Un cambiamento possibile con Martinez? È forse questa la domanda più importante che la federazione Belga può fare a sé stessa in questo momento. Ciò che invece rimane è una squadra che in sette anni ha dato incredibili esempi di calcio verticale, fermandosi però alla sua definizione, senza adattarlo agli avversari di un certo calibro.

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