Brescia, Clotet si racconta: “Dopo l’infortunio era più importante riprendere a camminare”. Sul presidente Cellino…

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BRESCIA CLOTET CELLINO – Pep Clotet è l’ultimo tecnico straniero arrivato in Italia. Il suo compito era prendere le redini del Brescia e salvare la categoria, ora si gioca un posto nei playoff. Queste le parole ai microfoni della “Gazzetta dello Sport”:

In passato non è stato calciatore? «Nelle giovanili mi sono rotto un ginocchio e un anno senza poter appoggiare la gamba, a quel punto l’importante era camminare, non giocare». Spazio poi alla parentesi familiare con un pensiero al papà: “E’stato calciatore e da più di 50 anni è socio del Barcellona. Ha trasmesso a me la passione per il Barca, ma l’ho divisa con l’Espanyol. Grande appassionato di calcio e di scacchi. È stato campione di Spagna. Tutto è partito da mio nonno per arrivare a me e mio fratello. Serve ad avere pazienza, a studiare la strategia per colpire al momento giusto». Cosa l’ha spinta a diventare allenatore? «Dopo l’infortunio ho allenato in un’accademia, poi l’Espanyol». Da mister del Brescia un collegamento con Pep Guardiola: «Ero allo stadio per la sua ultima partita con il Barcellona, ora gli devo portare una maglia per la firma». È stato anche suo docente, vero? «Sì, in un Master quando allenava il Barca B, era super attento». Ricordi del Barcellona? «Laudrup. Quando mi ha chiamato per allenare lo Swansea e ho preso il primo aereo”
Quali tecnici ha studiato maggiormente? «Bielsa: nel 2002 abbiamo seguito insieme la preparazione dell’Argentina per il Mondiale in Corea, poi ci siamo ritrovati in Inghilterra. Ho lavorato anche con Pellegrini al Malaga e Pochettino all’Espanyol». Quali altre esperienze da allenatore ricorda con piacere? “Ho allenato in Norvegia, Svezia e Inghilterra. Un calcio diverso. Bisogna sapersi adattare portando poco a poco le proprie idee». Al Birmingham ha lanciato Jude Bellingham, stella del Dortmund. «Diventerà un campione, non ha limiti: se a 17 anni è titolare in Champions…». Quante lingue parla? «Catalano e castigliano ovviamente, poi inglese, svedese e portoghese, un po’ di tedesco e francese e anche giapponese, perché l’Espanyol mi mandò un mese in Giappone a istruire gli allenatori. Capisco l’italiano, ma devo spiegarmi meglio. Meno male che nel Brescia ci sono tanti stranieri». Cosa l’ha colpita del nostro calcio? «Molte squadre fanno il 4-3- 1-2, modulo in apparente disuso. Il lavoro delle mezzali è diverso, qui si può fare il calcio verticale con la pressione alta che piace a me». Cosa pensa della B? «Quando ogni squadra può batterle tutte, vuol dire che è un bel campionato». Soffre il distacco dalla famiglia, rimasta a Barcellona? «Devo portare qui moglie e figli. Max ha 4 anni e adora i leoni: ha saputo che il simbolo del Brescia è la leonessa e non vede l’ora di venire». Cellino l’ha conosciuta a Leeds. «Abbiamo un rapporto molto professionale. E’ stato più volte definito come mangiallenatori, è d’accordo?Dico solo che non è l’unico». Anche lei suona la chitarra? «Sì, abbiamo già suonato insieme. Se andiamo in A dobbiamo fare un concerto».

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