Calcio e Finanza
·5 de abril de 2025
Thomassen (CEO Bodø/Glimt): «Strategia ribaltata sulla spinta dei premi UEFA: ora non temiamo la Lazio né l'Olimpico»

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·5 de abril de 2025
Essere un club di successo e avere come base una piccola cittadina a nord del Circolo Polare Artico non è impresa di poco conto. Ne sa qualcosa Frode Thomassen, amministratore delegato del Bodø/Glimt, prossimo avversario della Lazio nei quarti di finale di Europa League e unico club della regione polare presente nelle coppe. Partendo da una città di 55mila abitanti nel nord della Norvegia, la squadra allenata da Kjetil Knutsen è riuscita nelle ultime stagioni a passare dalla seconda divisione (nel 2017) a essere una big del calcio scandinavo, tanto che ha vinto quattro degli ultimi cinque titoli norvegesi. Il tutto mettendo al centro i valori, ma anche le idee calcistiche e un cambio di paradigma in termini della gestone aziendale spinto dai premi UEFA conseguiti.
Nell’imminenza del doppio incontro con la Lazio, in questa intervista esclusiva a Calcio e Finanza Thomassen ha svelato tutti i progetti, le strategie e le prospettive non solo del Bodø/Glimt ma anche del calcio norvegese, la cui nazionale sfiderà l’Italia nelle qualificazioni ai Mondiali 2026.
Domanda. Cosa significa giocare a nord del Circolo Polare Artico? Quali i vantaggi e quali gli svantaggi?
Risposta. «Ovviamente il clima è un fattore importante: in estate abbiamo il sole per 24 ore e in inverno se non è completamente buio lo è quasi. Il tutto con abbondanti nevicate, anche se Bodø ha un clima costiero, quindi non nevica tanto quanto nelle aree più interne. In questo quadro noi ci alleniamo e giochiamo sullo stesso campo, un campo in erba artificiale nel nostro stadio, che è infrastruttura abbastanza vecchia—una delle tribune è stata costruita nel 1966—ed è una struttura aperta nel senso che non è un ovale continuo e il vento può entrare lateralmente. Questo significa che alla fine dell’autunno e in inverno, le condizioni meteorologiche possono essere difficili. Quando la Roma per esempio è venuta a giocare qui per la prima volta (nell’ottobre 2021 in Conference League la partita terminò 6-1 per i norvegesi, ndr) era tardo autunno, e per loro il clima probabilmente era diverso da tutto quanto avevano mai sperimentato prima».
D. Immagino vi siano anche difficoltà logistiche?
R. «Sì. Le città più grandi e più vicine, sia a nord che a sud, sono lontane 10 ore di auto. Per arrivare a Oslo, invece, servono 17 ore di macchina. Tuttavia, l’Aeroporto di Bodø è a soli 300 metri dallo stadio—quindi, in un certo senso, quando atterri, sei già arrivato all’arena. A causa di queste condizioni, reclutare giocatori e allenatori è stato storicamente difficile. Il clima e le distanze rendevano il club meno attraente. Ma negli ultimi cinque/sei anni, grazie al nostro successo sportivo, il Bodø Glimt (Glimt significa bagliore in norvegese, ndr) è diventato una destinazione desiderabile per molti giocatori. Abbiamo avuto lo stesso allenatore principale per otto anni, garantendo continuità sia nella squadra che nello staff tecnico».
Frode Thomassen
D. Per lei è mai stato un problema lavorare al Bodø?
R. «No, personalmente, sono con il club da otto anni. Sono nato a Bodø, ma ho trascorso 17 anni a Oslo lavorando per il Ministero del Turismo prima di tornare nel 2003. Ho anche lavorato come direttore di facoltà universitaria e come allenatore nella nostra accademia. Ho giocato a calcio nei primi anni ’90, quando in Norvegia era ancora un livello amatoriale. Giocavo nella massima divisione (con la maglia del Lyn Fotball di Oslo), ma all’epoca non c’erano soldi nel calcio, quindi era un’epoca completamente diversa».
D. Avete vinto quattro dei cinque ultimi campionati norvegesi: cosa è cambiato?
R. «Sia nel business che nel calcio, la cosa più importante sono le persone, i loro valori, la loro cultura e come questi lavorano insieme. La fame di successo è fondamentale: al Bodø/Glimt, il successo dipende dal reclutare le persone giuste, quelle che hanno la spinta a migliorare ogni giorno. Non si tratta solo di calcio; si applica a ogni dipartimento, dall’amministrazione al marketing. Ogni singola parte del club è concentrata nel migliorarsi. Nel canottaggio britannico, c’è un mantra quando si prende una decisione: “Ci farà andare più veloci?”. Noi applichiamo lo stesso principio al Bodø/Glimt. Quando veniamo al lavoro, ci chiediamo: “Questo farà migliorare il club?”. Ogni giorno, ci proponiamo di essere leggermente migliori rispetto al giorno precedente. Si tratta di miglioramento continuo e di sinergia tra le persone».
D. Sembra emergere una grande coesione nel club.
R. «Questo club è come una famiglia. C’è una forte connessione tra tutti—il presidente, io, l’allenatore, gli allenatori assistenti e molti dei giocatori. Siamo tutti qui da sette/otto anni, il che ha costruito una solida base. Inoltre Bodø è una piccola città con circa 50.000 abitanti. In una grande città, i giocatori e gli allenatori hanno più distrazioni nel loro tempo libero. Qui, la vita è più semplice—si tratta di allenarsi, giocare le partite, vivere bene, mangiare correttamente e riposare abbastanza. Tutti questi elementi contribuiscono al nostro successo».
(Photo by David Lidstrom/Getty Images)
R. «Nel 2017, il nostro budget totale era di 4,2 milioni di euro. L’anno scorso, le entrate hanno raggiunto i 60 milioni di euro. Ovviamente, anche i costi sono aumentati, ma il club è passato dall’essere una piccola squadra di seconda divisione in Norvegia a avere probabilmente la piattaforma finanziaria più solida del paese negli ultimi 7-8 anni. L’ultimo bilancio si è chiuso in utile per 5,8 milioni di euro dopo l’utile di 4,5 milioni nel 2023. Inoltre ora siamo ora molto ben posizionati nelle classifiche UEFA—il club più alto in classifica in Scandinavia. Tra il 2017 e il 2019, eravamo più un club locale e regionale. Oggi, ci siamo affermati a livello nazionale e stiamo anche iniziando a vedere la crescita di una base di tifosi internazionale».
D. Qual è la vostra strategia? Il focus è più sul player trading o sulla competitività?
R. «Dal 2019 in poi, le cessioni di giocatori sono state una parte fondamentale della nostra strategia (tra le altre quelle come Jens-Peter Hauge al Milan ed Erik Botheim al Krasnodar, giocatore poi visto alla Salernitana, ndr). In quel periodo, il nostro obiettivo principale era sviluppare giovani giocatori norvegesi e venderli a club europei più grandi».
«Tuttavia, nel 2022, abbiamo cambiato la nostra strategia. Ora, il nostro focus principale è sulle performance, piuttosto che sulla vendita di giocatori. Questo è stato possibile grazie al supporto finanziario derivante dalle competizioni UEFA—come i premi in denaro e i ricavi dei diritti TV— che sono diventati cruciali per la crescita a lungo termine del club: in pratica i premi UEFA sono molto corposi per il livello economico di campionati al di fuori delle Big5 (Italia, Spagna, Germania, Inghilterra e Francia) e questo consente ai club che stanno stabilmente nelle coppe di creare un divario con le altre squadre della stessa nazione».
«E d’altro canto non si può mantenere un alto livello di performance semplicemente vendendo giocatori, perché è difficile sviluppare giovani talenti mantenendo la competitività in competizioni europee. Ovviamente anche il nostro livello di costi è aumentato, però in questo momento, stiamo dando priorità alla competitività. Troppe squadre scandinave si affidano pesantemente alla vendita di giocatori, ma mantenere la qualità e ottenere prestazioni forti è ciò che guida il successo, l’entusiasmo e la stabilità».
D. In questo quadro quanto sarebbe importante qualificarsi per la Champions League, sia dal punto di vista finanziario che sportivo?
R. «I soldi che arrivano dalla Champions League sono enormi—cinque o sei volte superiori a quelli dell’Europa League. Tuttavia, per noi non si tratta solo dell’aspetto finanziario. Sarebbe un’esperienza incredibile competere tra le migliori squadre d’Europa. Qualificarsi per la Champions League ci darebbe ancora più opportunità di crescere come club, sia in termini di sviluppo sportivo che di stabilità finanziaria».
«Questo è anche uno dei motivi per cui stiamo lavorando per costruire un nuovo stadio. Detto ciò, non è una necessità per noi. A differenza di alcuni club che si basano sui soldi della Champions League per il loro budget, noi non lo facciamo. Nel Regno Unito, numerosi club pianificano il proprio budget con l’aspettativa di raggiungere la Champions League, ma non è questo il nostro approccio. Al Bodø/Glimt, facciamo il budget partendo dall’idea di finire quarti in campionato (la prima posizione che in Norvegia non vale l’accesso alle coppe, ndr) e presupponiamo di non avanzare nelle competizioni europee. Ciò significa che ogni ulteriore successo sportivo genera entrate extra oltre a quelle che abbiamo pianificato. Grazie a questa strategia, abbiamo una base finanziaria molto solida—generiamo profitto e non abbiamo alcun debito».
D. Quindi i soldi della UEFA stanno determinando in maniera pesante le strategia dei club norvegesi?
R. «Quello che sta accadendo nel nostro Paese è simile a ciò che vediamo in molte altre leghe: tre, quattro o cinque club stanno facendo progressi e si stanno affermando in cima. I club più grandi delle città più grandi domineranno naturalmente, ma non è scontato che il Bodø/Glimt sia tra di essi. Tuttavia, grazie alla piattaforma finanziaria che abbiamo costruito negli ultimi anni, siamo in una posizione che ci permette di rimanere tra le prime quattro o cinque squadre in Norvegia».
«Inoltre grazie alla stabile presenza nelle coppe siamo anche diventati una meta attraente per i giovani giocatori in Scandinavia. Ad esempio, recentemente abbiamo acquistato un attaccante danese di 16 anni molto talentuoso. Questo perché al Bodø/Glimt, i giovani giocatori hanno l’opportunità di svilupparsi più velocemente di quanto farebbero in un settore giovanile tradizionale, perché possono allenarsi e giocare con una squadra di prima squadra di alta qualità».
«Quello che ci distingue è che i giovani giocatori più talentuosi possono passare direttamente nella prima squadra. Se un giocatore è eccezionalmente dotato, possiamo integrarlo nella squadra fin da subito. Immaginate di avere 16 o 17 anni e già avere l’opportunità di scendere in campo allo Stadio Olimpico contro la Lazio. Un’esperienza del genere è inestimabile per la crescita di un giovane giocatore. Inoltre, offre una rara opportunità di mettersi alla prova contro i migliori club d’Europa, il che rende il nostro club ancora più attraente per i giovani talenti».
D. A questo proposito, siete preoccupati dall’atmosfera che troverete all’Olimpico?
R. «Non abbiamo paura perché la paura non fa parte del nostro club. Si tratta più di avere il rispetto necessario. Abbiamo giocato allo Stadio Olimpico due volte in passato (entrambe nella Conference League 2021/22 contro la Roma, prima ai gironi e poi ai quarti di finale, ndr). L’anno in cui siamo arrivati ai quarti di finale di Conference League nel 2021/22, lo stadio era pieno entrambe le volte: una quando abbiamo giocato contro la Roma e una quando ha giocato la Lazio. Ora, non vediamo l’ora di affrontare di nuovo questa sfida».
R. «Nel 1975 il Bodø/Glimt vinse il suo primo titolo. Il club fu fondato nel 1916, ma le squadre della Norvegia del Nord non potevano competere ai massimi livelli fino ai primi anni ’70. Quando il club vinse la Coppa di Norvegia nel 1975, fu un punto di svolta. Le persone del Nord iniziarono a provare un senso di orgoglio più forte per la loro identità. Competere con le squadre del Sud fu significativo, non tanto per una storia comune, ma perché il Bodø/Glimt divenne un simbolo dell’ascesa del Nord».
«Vincemmo un altro titolo di coppa nel 1993, ma dopo quella vittoria il club attraversò un lungo periodo senza trofei importanti. Tuttavia, ai giorni nostri, vincere il campionato quattro volte e arrivare due volte secondi negli ultimi sei anni è stato straordinario. Non siamo solo una squadra per la città di Bodø, rappresentiamo l’intera regione del Nord della Norvegia. Molti di coloro che si sono trasferiti al Sud continuano a tifare per noi, e dato che il calcio norvegese non è andato molto bene nelle coppe negli ultimi anni, abbiamo anche tifosi del Sud che fanno il tifo per noi quando giochiamo contro club europei importanti».
D. Tra i vostri precedenti europei avete anche match contro squadre italiane come Milan, Roma e Napoli.
R. «Uno dei momenti che ha davvero aumentato la fiducia nel club è stata la nostra partita contro il Milan a San Siro nel 2020/21 in Europa League. Perdemmo di un solo gol, 3-2, e avemmo anche una chiara occasione per pareggiare nei minuti finali. Quella partita ci fece capire che potevamo competere a livelli alti. Da allora, non abbiamo paura quando giochiamo in stadi come San Siro o l’Olimpico. Certo, rispettiamo i nostri avversari, ma sappiamo anche che, anche se loro hanno giocatori individualmente più forti, il calcio è uno sport di squadra e, come squadra, possiamo fare la differenza».
D. In Italia esiste un enorme problema su nuovi stadi e sulle infrastrutture. Qual è la situazione in Norvegia e a Bodø in particolare?
R. «Non crediate che costruire un nuovo stadio in Norvegia sia semplice. Stiamo lavorando duramente per costruirne uno, ma per ora la Lazio giocherà in uno stadio vecchio, di cui non possiamo essere orgogliosi. Certo, in questo impianto abbiamo disputato numerose partite incredibili ma l’infrastruttura è obsoleta».
D. Può spiegare di più sul nuovo impianto che avete in programma?
R. «Per quanto riguarda il nostro prossimo stadio, lo abbiamo già progettato e stiamo parlando con gli sviluppatori. Entro il 2027, ci aspettiamo di avere una nuova arena con una capacità di 10.000 spettatori. Attualmente, la nostra affluenza media è di circa 7.000 persone, che rappresentano quasi il 15% della popolazione della città. Quindi, non avrebbe senso costruire uno stadio da 20.000 posti. E per fare questo coinvolgeremo imprenditori nazionali nel progetto».
D. La spesa inciderà molto sul bilancio?
R. «Il nostro obiettivo è costruire il nuovo stadio senza aggiungere debiti al club. In Norvegia, la maggior parte delle strutture sportive è di proprietà del comune, ma in questo caso, la parte sportiva dello stadio sarà di proprietà del club. L’idea è finanziare l’investimento stadio in un modo che non dipenda dal budget esistente del club. Il nostro scopo è creare una struttura moderna che supporti la crescita del Bodø/Glimt senza rischiare la stabilità finanziaria del club».
L’Aspmyra Stadion (Photo by David Lidstrom/Getty Images)
D. In generale qual è la situazione del calcio norvegese?
R. «Il nostro movimento ha più qualità rispetto a dieci anni fa. Abbiamo giocatori come Erling Haaland che gioca nel Manchester City e Martin Ødegaard nell’Arsenal, oltre ad altri talentuosi giocatori norvegesi che competono in Serie A e in tutta Europa. Quindi credo che il nostro calcio stia migliorando. Però sono passati oltre anni dall’ultima volta che la Norvegia si è qualificata per un Campionato Europeo o una Coppa del Mondo (gli Europei 2000 conclusi poi con l’eliminazione ai gironi, ndr). La nazionale ha faticato per decenni, quindi la fame di successo è davvero forte al momento».
D. Qual è stato l’elemento decisivo per questo miglioramento?
R. «L’attenzione sullo sviluppo dei giocatori in Norvegia è stata molto forte negli ultimi 10-15 anni. Un fattore chiave è stato lo sviluppo dei campi in erba artificiale, che ha migliorato le strutture di allenamento per i giovani giocatori. Tuttavia, c’è un dibattito in corso su se l’erba artificiale influisca sullo sviluppo di alcune posizioni, in particolare dei difensori centrali. Alcuni sostengono che i difensori non si sviluppino allo stesso modo sulle superfici artificiali perché lo stile di movimento e il modo di fare le entrate sono diversi. È una discussione interessante che sta avvenendo in Norvegia, ma abbiamo dei buoni difensori centrali e vedremo la loro qualità quando la nazionale giocherà a giugno».
D. I club italiani guardano con sempre maggiore interesse al mercato norvegese. Secondo Lei perché?
R. «Penso che non si tratti solo di talento, ma anche di mentalità. I giovani giocatori norvegesi lavorano duramente, vivono uno stile di vita sano e sono molto disciplinati. Puoi fidarti di loro per essere professionisti e dediti. In un certo senso, sono come il legno solido: sai esattamente cosa stai ottenendo».
D. I vostri tifosi sono noti come “spazzolini da denti”. Come è nato questo soprannome?
R. «Per capire l’origine del soprannome, bisogna tornare agli anni ’70. A quel tempo, la Norvegia era influenzata dal calcio inglese e la cultura dei tifosi iniziava a crescere. I tifosi del Bodø/Glimt furono tra i primi a portare questa cultura a un livello superiore. Poiché dovevano percorrere lunghe distanze, divennero noti per essere tifosi rumorosi, appassionati e organizzati. Durante una delle partite, il leader che dirigeva i cori quasi come un direttore d’orchestra, dimenticò il suo strumento. Tuttavia, aveva uno spazzolino da denti in tasca e lo usò al posto del suo strumento. Questo divenne un simbolo per i tifosi e, alla fine, crearono un gigantesco spazzolino da denti da agitare durante le partite. È una tradizione che dura da 50 anni e che manteniamo ancora oggi».
D. Nel Bodø/Glimt c’è la storia incredibile della famiglia Berg: Patrick, attualmente in rosa, è il sesto di quattro diverse generazioni dei Berg a giocare nel Bodø.
R. «A Bodø, la famiglia Berg è paragonabile alla famiglia reale. Abbiamo persino una statua di Harald, il nonno di Patrick, fuori dallo stadio. Lui è ancora vivo e viene allo stadio ogni giorno per un caffè. Alcuni dei giocatori della squadra del 1975—la squadra che vinse il primo grande trofeo del club—si ritrovano anche ogni giorno nella nostra area VIP per godersi un caffè e una piccola torta».
«Harald ha tre figli che sono stati tutti giocatori straordinari. Runar ha persino giocato in Italia, nel Venezia, e sono tra i migliori giocatori della storia del calcio norvegese. Ma secondo me, Patrick ha portato tutto a un altro livello. Gioca nella nazionale ed è un talento cresciuto nella nostra accademia—proprio come altri tre giocatori della nostra formazione titolare».
«Quando giocheremo contro la Lazio, avremo molti dei nostri giocatori cresciuti nella nostra accademia, il che è notevole per una piccola città nel lontano nord della Norvegia. In questo la famiglia Berg rappresenta la continuità. Ricordo l’anno scorso, quando giocavamo in trasferta a Kristiansand, e alcuni tifosi avversari gridavano parole offensive. Patrick smise immediatamente di festeggiare, si avvicinò agli spalti e disse loro: “Non si dicono queste cose in un’arena di calcio”. A Bodø e all’interno del club, siamo incredibilmente orgogliosi della famiglia Berg. Patrick non è solo un calciatore di alto livello, ma anche una persona con valori morali forti, che sono rari nella società moderna. Parlarne mi emoziona, perché rappresentano qualcosa di davvero speciale».
Patrick Berg (Photo by Srdjan Stevanovic/Getty Images)
D. I successi sportivi hanno aumento anche la visibilità di una società così particolare. Immagino tutta la vostra regione ne abbia beneficiato.
R. «Per noi la costruzione del marchio del Bodø/Glimt in Europa non riguarda solo il calcio, è anche un modo per raccontare altre parti della Norvegia. In particolare noi vogliamo che il nostro club giochi un ruolo nello sviluppo positivo della società. La sostenibilità è una parte fondamentale di questo—non solo in termini ambientali, ma anche nel modo in cui ci trattiamo e viviamo insieme. Ecco perché lavoriamo a stretto contatto con i nostri partner per fare una vera differenza nella nostra comunità».
D. Voi siete basati in un’area del mondo, quella artica, che sta diventando sempre più importante in termini geopolitici, basti pensare alle mire di Donald Trump sulla Groenlandia. In questo senso avete un messaggio da inviare?
R. «Quando parliamo delle sfide globali—come nutrire la popolazione mondiale—il pesce sarà probabilmente una grande parte della soluzione. Il mondo non può fare affidamento solo sulla produzione di carne, quindi le soluzioni dal Nord giocheranno un ruolo essenziale. Concentrandoci sulla sostenibilità e sulle opportunità nella regione artica, ci vediamo come qualcosa di più di un semplice club calcistico. Usiamo la nostra visibilità per creare un impatto positivo—non solo nel calcio, ma anche nel business e nella società. Ecco perché investiamo tempo nel condividere la nostra visione. E, per esempio, la prossima volta che presenteremo una nuova maglia, lo faremo a New York—su Times Square».